Broken Nature alla Triennale: istruzioni per l’uso

Un percorso intelligente, che mette sotto i riflettori, finalmente anche in Italia, il design che analizza, commenta, progetta la vita. Una mostra ciclopica, complessa, a tratti ermetica. Come godere appieno di Broken Nature, la XXII Triennale a cura di Paola Antonelli (fino al 1 settembre).

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Se siete a caccia di cose belle da mettere su Instagram Broken Nature non fa per voi.

Alla XXII Triennale curata da Paola Antonelli ci sono progetti esteticamente appetibili, certo: le infografiche in The Room of Change di Accurat, la splendida installazione Reliquaries di Paola Bay e Armando Bruno, la scultorea The Fallacy of The Closed System di El Ultimo Grito.

Ma nella maggior parte dei casi vi troverete davanti a situazioni frammentate mal fotografabili, pochissima poesia ed emozione, niente clash di colori e forme. Ed è proprio questo il punto di Broken Nature.

Leggi cosa abbiamo già scritto su Broken Nature qui

Perché Broken Nature è una mostra opposta al modello corrente dello sguardino, snapshot e via. È un progetto la cui densità, accuratezza e coralità fa quasi girare la testa.

Ci vuole coraggio per mettere in scena una mostra così rilevante, attuale ma anche – di conseguenza ?– difficile. E in questo senso Broken Nature potrebbe diventare uno spartiacque, una negazione del modus operandi corrente fatto di velocità ed effetti wow. Se avrà successo, avremo la dimostrazione che esiste un pubblico pronto a mettersi in gioco.

The Room of Change, Broken Nature

Una mostra che parla a chi è pronto per ascoltarla

Broken Nature infatti non parla a tutti. Malgrado l’ambizione dichiarata di Paola Antonelli di rivolgersi «al grande pubblico», la mostra non presenta infatti un doppio registro di lettura. Uno denso, per il visitatore che sa e vuole approfondire, e uno semplificato, didascalico e accogliente per chi sente parlare di queste tematiche per la prima volta nella vita.

Broken Nature, istruzioni per l’uso: avere tutto il tempo del mondo

Ecco perché per apprezzare Broken Nature bisogna prima di tutto avere tempo. Io, per esempio, l’ho vista una prima volta dopo la conferenza stampa e ci ho passato più di un’ora ma sono uscita confusa, non ho colto, mi sono sentita respinta. Poi, quando l’ho rivista con calma la mia opinione è cambiata. Analizzare tutte le didascalie, vedere i progetti per sezioni, coglierne le connessioni, leggere il (bellissimo) catalogo apre un mondo. Senza questo impegno non avrei apprezzato Broken Nature. Perché per dischiuderne i vari significati che si sovrappongono e rincorrono tra le sale serve concentrazione, ritornare spesso sui propri passi, considerare i progetti nel dettaglio ma soprattutto all’interno del tutto.

Broken Nature, istruzioni per l’uso: tenere la mente aperta

Per entrare davvero nel mondo di Broken Nature serve anche una grande apertura mentale. Quella che tutti pensiamo di avere ma poi usciamo con frasi (tutte raccolte personalmente in Triennale) come «che orrore» o «che bello».(aggettivi totalmente irrilevanti in questo contesto) o con dei «tante cose già viste altrove».(la sindrome dell’instant-journalism) e «cosa c’entra tutto questo col design».

Se volete godere appieno di Broken Nature dimenticate questo genere di preconcetti perché perderete il vostro tempo: la mostra non fa nulla per conquistare gli scettici e rimarrà muta alle vostre orecchie. Un peccato.

Ore Streams, FormaFantasma, Broken Nature

Broken Nature, istruzioni per l’uso: non cercare “qualcosa di design”

Come sarebbe, in ultimo, un peccato visitare Broken Nature cercando progetti “di design” per come lo intende la maggior parte di noi, soprattutto in Italia. Meglio, datemi retta, armarsi del desiderio di circondarsi di intelligenza, di sguardi coraggiosi, curiosi e sperimentali sul mondo. E passeggiare tra le sale con la mente aperta.

Di cosa parla Broken Nature

Come spiega Paola Antonelli, Broken Nature nasce per mostrare il ruolo «riparativo» del design. Che, secondo la curatrice, può «ispirare i cittadini ad avere un atteggiamento critico rispetto alle loro esperienze condivise e ad attivarsi per creare migliori condizioni, per tutti». A tal fine, continua Antonelli «la XXII Triennale di Milano invita a comprendere in maniera più profonda i sistemi multispecie, complessi e interconnessi, in cui viviamo; incoraggia ad adottare una prospettiva di lungo termine; e suggerisce ai visitatori una serie di misure concrete che possono ispirare abitudini e attitudini per ricostituire i nostri legami con la natura».

Denuncia ma non solo.

Non c’è quindi solo la denuncia, la prova dello scempio. Ma, anche il suggerimento su come rispondere alla frattura. Non immaginate un Salviamo il Mondo for Dummies. Pensate, invece, a suggerimenti attuabili, proposte fattibili. Che hanno o potrebbero avere un impatto e che, insieme, danno un’idea della complessità.e della multi-stratificazione delle tematiche da affrontare.

Reliquaries, Paola Bay + Armando Bruno, Broken Nature

Spiega Alexandra Daisy Ginsberg nel suo saggio Better Nature nel catalogo di Broken Nature .: «il vero problema per i designer non è risolvere le questioni immediate ma quelle che avranno un impatto sul lungo termine. Disegnare la complessità significa capire che non esiste un solo “futuro migliore”, ma una negoziazione tra diverse tensioni».

Progetti che raccontano la complessità

È proprio questo il senso di una delle quattro “commissions” (i progetti prodotti ad hoc per Broken Nature su richiesta della curatrice): Ore Streams dei Forma Fantasma. Si tratta di una serie di video che illustrano, anche con grande qualità estetica, strategie globali per la progettazione di prodotti di elettronica che siano più facilmente disassemblabili e riciclabili. Mentre Anatomy of an AI System, di Kate Crawford e Vladan Joler (foto di copertina), raccoglie in un’enorme infografica la nascita, l’esistenza e la morte di un Amazon Echo: basta passare tre minuti di fronte all’enorme immagine fatta di elementi connessi per capire. che la produzione, anche di soluzioni “smart” mette in modo corto-circuiti globali complessissimi. E che il design aiuta a comprenderli.

Progetti che raccontano il mondo attraverso i dati

È dedicata alla rappresentazione della complessità anche la bellissima stanza di apertura di Accurat, The Room Of Change che illustra con una “tappezzeria” (i decori sono infografiche di dati reali) l’evoluzione del cambiamento dell’ambiente nel passato e nel presente.prevedendone anche il futuro (peccato per la mancanza di una timeline sull’asse orizzontale. Da dove inizia e dove finisce l’analisi? Ce lo siamo chiesti in 4 persone e nessuno ha trovato una risposta).

Progetti che suggeriscono consumi alternativi

Ci sono poi progetti che parlano di scelte possibili per i consumatori. Come la scarpa UltraBOOST Uncaged di Alexander Taylor con Parley for the Oceans e Adidas: bellissima. e realizzata con plastica recuperata dagli oceani. O la teca dedicata a ciclo, gravidanza e parto, che offre un excursus sui prodotti disponibili.per contenere lo scempio degli assorbenti che finiscono a tonnellate nelle discariche. Mentre Studio Belén propone soluzioni alternative alle creme solari per la protezione ai raggi ultravioletti.

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Progetti che immaginano una natura produttiva, ma non sfruttata

Alcuni designer fanno proposte azzardate ma interessanti. Gionata Gatto e Giovanni Innella, per esempio, con Geomerce suggeriscono di utilizzare la capacità di alcune piante di assorbire i metalli nei terreni inquinati .per realizzare le attività estrattive in nuove relazioni di partnership tra uomini e natura. Mentre un’altra delle altre commissioni di Broken Nature, il Silk Pavilion di Neri Oxman, trasforma i bachi da seta in «stampanti 3D biologiche», in grado di realizzare materiali poi utilizzabili in edilizia.

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Progetti di biodesign

Interessantissimo anche Tissue Printing, un progetto che esplora la possibilità di progettare le arterie umane per aiutare nelle operazioni di trapianti di organi, e tutti gli altri progetti dedicati all’uso di bio-materiali in architettura.

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Progetti immersivi

The Great Animal Orchestra, Broken Nature

Non mancano le aree “contemplative”, come The Great Animal Orchestra (con il supporto della Fondazione Cartier), dove ci si siede e si ascoltano i suoni di habitat naturali, animali e marini raccolti negli anni dall’artista Bernie Krause e illustrati con muro evolutivo digitale da United Visual Artists.

Cosa ci si porta a casa dopo aver visto Broken Nature?

Tra la mostra, i vari simposi (tutti disponibili anche online), il sito e il catalogo, Broken Nature potrebbe insomma tenervi occupati per mesi. E per questo, quando si esce dalla XXII Triennale si prova un senso di rilevanza che spesso manca alle mostre di design. È una bella sensazione.

Dopo aver visto Broken Nature è difficile che qualcuno pensi ancora che parlare di design in un’ottica di attualità, come risposta possibile e auspicabile ai problemi che ci affliggono, sia un inutile esercizio intellettuale. È questa, al contrario, la vera essenza del progettare contemporaneo.

Infatti quello che emerge con chiarezza da Broken Nature è che la cultura del progetto conta e conterà sempre di più. Se, ovviamente, sarà in grado di assolvere il suo compito di connettore tra discipline, creatore di eco-sistemi, chiarificatore di complessità.

FOTO DI COPERTINA Anatomy of an AI System (ph: Laura Traldi)

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