Elizabeth Diller: ecco come rimango “contro” da dentro

designatlarge elizabeth diller high line
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L’architetta cult che con Diller Scofidio+Renfro sta ridisegnando i volti delle grandi città (ma fino a 20 anni fa «lanciava granate contro il sistema») si racconta in occasione della presentazione della sua collaborazione con Prada.

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Basta guardare gli accessori che Elizabeth Diller ha disegnato per il progetto Prada Invites per capire il potenziale innovativo dell’architetto a cui si deve la High Line di New York.
La borsa porta-abiti che diventa un impermeabile e l’accessorio da spalla che si trasforma in piccola clutch (le abbiamo viste in preview al Fuorisalone nel negozio in Galleria a Milano e ora sono in tutti i negozi) raccontano infatti un approccio fuori dai canoni, che coinvolge chi indossa il capo nella sua co-creazione e sfrutta in modo intelligente le caratteristiche del materiale, in questo caso il nylon Prada.

La collezione di borse che diventano abiti di Elizabeth Diller per Prada Invites

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«Quando progetto immagino un’esperienza coreografica», spiega Diller. «Spazi o, in questo caso, oggetti che impegnano le persone in una performance continua che scrivono loro, liberamente».

Elizabeth Diller è una star. Nel 2018 Time Magazine l’ha inserita, unico architetto, tra le 100 persone più influenti al mondo e si è appena aggiudicata il Women in Architecture Award 2019. Il suo studio Diller&Scofidio + Renfro (fondato nel 1979 con il marito Ricardo Scofidio, cui si è poi aggiunto un terzo partner) ha attualmente in cantiere la ristrutturazione del MoMA e la finalizzazione del centro culturale The Shed a New York, oltre che la nuova Concert Hall a Londra.

«L’architettura? Non è risolvere problemi ma crearne di nuovi»

Ma fama e riconoscimenti sono cosa recente per Diller. Per 20 anni, infatti, lei e Scofidio non hanno costruito alcun edificio, dedicandosi all’insegnamento universitario e a installazioni artistiche che mandavano in estasi le élite intellettuali newyorkesi («erano granate contro il sistema») ma spaventavano potenziali committenti.

«Capirci non era semplice», ammette Elizabeth Diller oggi: «Per noi l’architettura non deve risolvere problemi ma crearne di nuovi».

Ribelli per decenni e ora architetti cult. Quando si diventa vittime del proprio successo?

Elizabeth Diller: «Quando ti svendi e ne sei cosciente. Quando lavori per un progetto in cui crede qualcun altro ma non tu, e sai fin dall’inizio che non avrai alcuna chance di cambiare le carte in tavola. Si diventa vittime del successo quando si smette di spingere sui temi che si considerano importanti».

La High Line a New York

Creare problemi invece di risolverli. Di solito è una strategia che non porta lontano. Invece, nel vostro caso…

«Ci sono voluti decenni per iniziare a lavorare come architetti, da quando abbiamo aperto lo studio nel ’79 fino ai primi anni Duemila, Ricardo e io abbiamo sempre insegnato in Università per mantenerci. Quello che producevamo come Diller&Scofidio erano soprattutto performance artistiche, traduzioni spaziali delle questioni che ci stavano a cuore: l’esperienza dell’architettura da parte di chi la abita, l’attivazione di nuovi modelli di percezione. Dialogavamo con coreografi, scrittori, registi per testare teorie alternative sulla progettazione, ci muovevamo in un mondo decisamente di nicchia.

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Eravamo anti-sistema e il sistema ci ignorava finché non sono cambiati gli interlocutori: quando, cioè, le persone che da giovani contestavano con noi sono arrivate all’apice delle carriere nelle istituzioni e ci hanno dato fiducia, permettendoci di lavorare senza rinunciare al nostro approccio sperimentale. Se l’architettura è un ricettore passivo di programmi e abitudini, una professione di servizio che migliora modelli già in uso, non mi interessa».

Che cos’è invece interessante, in architettura?

«Mettere in discussione le convenzioni del quotidiano, delle istituzioni, delle città. Che poi è quello di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, come architetti. Perché in un mondo che cambia in modo rapidissimo edifichiamo giganti fissi, costosi e permanenti. Costruirne di nuovi senza immaginare un nuovo paradigma perché abbiano un senso anche tra 40 anni rende il nostro lavoro obsoleto prima ancora che sia concluso. Ciò significa realizzare edifici interpretabili da chi verrà dopo di noi e slegati dai trend del momento. Non si tratta di un esercizio formale, ma di dare un senso sociale alla disciplina, collegarla a una cultura più ampia, a uno scenario economico e politico a venire».

Parla come se avesse una sfera di cristallo.

«Nessuno ce l’ha. Ma considerare l’architettura una manifestazione fisica delle possibilità di relazione tra le persone aiuta».

E funziona?

«Non è una garanzia ma quando funziona è meraviglioso. Basti pensare all’ICA di Boston, una galleria d’arte contemporanea su un piano sopraelevato e affacciato sull’acqua. Abbiamo progettato il tetto a sbalzo per sfruttare lo spazio sottostante: ci si può sedere, godere degli spettacoli al coperto, contemplare il mare. Invece alcuni studenti hanno iniziato a usare il tetto per tuffarsi nell’Hudson e tutto si è trasformato in una specie di palazzetto dello sport urbano. È un nostro fallimento perché non ci avevamo pensato? No, è la prova che se un’architettura fa sentire liberi di esprimersi, sarà la gente a completarne il senso e darle quella rilevanza che le eviterà di diventare obsoleta».

Gli interni di The Broad a Los Angeles

Quanto conta la forma, nella connessione con il pubblico?

«Non è mai una questione formale quanto di offerta di relazione. Ovviamente non abbiamo pensato alla High Line come luogo per incontri d’amore. Non ci siamo resi conto che le finestre a tutta altezza dell’Hotel Standard, che vi si affaccia, sarebbero state usate da un sacco di gente per fare sesso con la luce accesa e farsi vedere da chi ci passeggia. E il parco è diventato la location numero uno per i primi incontri: ci vengono per passare qualche momento di intimità, anche per sposarsi. Lo avevamo previsto? Certo che no. Ma che cos’altro potrebbe rendere un’architettura pubblica più vera di questa vita reale, inventata dalla gente?»

Lei ha appena vinto il Women in Architecture Award 2019. Ha ancora senso parlare di genere in architettura?

«Se dovessi descrivermi direi che sono un artista e un architetto senza menzionare il fatto di essere donna. Ma mi rendo conto di sentirmi così libera perché ho iniziato la mia carriera in Università, un mondo più aperto di quello dell’architettura, perché meno connesso con il potere, economico o politico che sia. Ho anche beneficiato della forza del movimento femminista: non ho mai avuto alcun dubbio sul fatto che tutto mi fosse accessibile. Detto questo è giusto mantenere il livello di allerta sulle tematiche di genere. Perché se l’architettura accademica non ha pregiudizi, quella professionale sì. L’immagine dell’architetto eroe è ancora quella del maschio bianco e visionario, il Gary Cooper ne La Fonte Meravigliosa. E se la metà degli studenti sono donne, solo il 20% alla fine effettivamente lavora perché le opportunità mancano soprattutto per loro».

Come coniuga l’immagine della ribelle con quella dell’architetto di successo che sta costruendo i nuovi landmark?

«Nel 1989 il MoMA ci ha dedicato una mostra: Para-site, che utilizzava i video, in connessione con l’architettura del museo, per alterare la percezione dello spazio agli occhi del visitatore. È stato in quel momento che ci siamo resi conto che entrare nei centri di potere offriva una certa possibilità d’azione. Avremmo raggiunto un pubblico più ampio, saremmo riusciti a costruire le architetture che secondo noi valeva la pena realizzare. Ci sono voluti anni, ma alla fine il nostro modo di lavorare è stato accettato. E non era scontato, perché mettiamo tutto in discussione: abbiamo un ruolo molto più sovversivo e ora abbiamo anche un impatto ancora più forte perché siamo a stretto contatto con i politici, i filantropi, le persone che trasformano i sogni in realtà. Il successo mi ha fatto capire che portare sul tavolo una voce critica non mi basta più. Voglio averne una che genera qualcosa di nuovo, e permette a esperienze diverse di nascere».

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