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domenica, Maggio 22, 2022

L’appello di Amnesty Piacenza: fermate l’esecuzione di Ahmadreza Djalali

Prima dell’incontro nell’ambito del percorso di mondialità consapevole “Sulla stessa barca. Il futuro poggia sulle spalle di chi coltiva la speranza”, organizzato dall’Università Cattolica, i partecipanti hanno dedicato un momento al caso di Ahmadreza Djalali, per fermare l’esecuzione a morte annunciata dalle autorità iraniane.

Ahmadreza Djalali  – spiega Amnesty International, che ha lanciato un appello online – è un medico scienziato di origini iraniane di 45 anni residente in Svezia. Docente e ricercatore in medicina dei disastri e assistenza umanitaria, ha insegnato nelle università di Belgio, Italia e Svezia. Lavora nel campo della Medicina dei disastri dal 1999 e ha scritto decine di articoli accademici. Ha lasciato l’Iran nel 2009 per un dottorato di ricerca presso il Karolinska Institute in Svezia, poi presso l’Università degli studi del Piemonte Orientale e la Vrije Universiteit di Bruxelles, in Belgio. Nel 2016 è stato arrestato dai servizi segreti mentre si trovava in Iran per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz. Nel 2017 è stato condannato a morte e a pagare 200mila euro di multa per “corruzione sulla terra” (efsad-e fel-arz) dopo un processo gravemente iniquo davanti alla sezione 15 della Corte Rivoluzionaria di Teheran. Il verdetto della corte ha affermato che Ahmedreza Djalali ha lavorato come spia per Israele nel 2000. Secondo uno dei suoi avvocati, il tribunale non ha fornito alcuna prova per giustificare tali accuse. Il giudice non ha fornito una copia del verdetto e ha invece convocato uno degli avvocati il 21 ottobre 2017 per leggere il verdetto in tribunale”.

“Djalali ha affermato che, mentre era in isolamento, si è visto ricusare per due volte un avvocato di sua scelta ed è stato costretto a fare “confessioni” davanti a una videocamera leggendo dichiarazioni pre-scritte dai suoi interrogatori. Ha detto di essere stato sottoposto a pressioni intense con tortura e altri maltrattamenti, incluse minacce di morte, anche verso i figli che vivono in Svezia e la sua anziana madre che vive in Iran, al fine di fargli “confessare” di essere una spia. Ahmadreza Djalali nega le accuse contro di lui e sostiene che siano state fabbricate dalle autorità. In una lettera dell’agosto del 2017 scritta dall’interno della prigione di Evin, afferma che sono state le autorità iraniane nel 2014 a chiedergli di “collaborare con loro per identificare e raccogliere informazioni provenienti dagli Stati dell’Ue. La mia risposta è stata “no” e ho detto loro che sono solo uno scienziato, non una spia”.

“Il 24 ottobre 2017, durante la sua conferenza stampa settimanale con i giornalisti, il procuratore generale di Teheran, Abbas Ja’fari Dolat Abadi, ha detto senza specificare il nome di Ahmadreza Djalali, che “l’imputato” aveva tenuto diversi incontri con l’agenzia di intelligence israeliana Mossad e che forniva loro informazioni sensibili su siti militari e nucleari iraniani in cambio di soldi e della residenza in Svezia. Da novembre 2020, Djalali non può comunicare con la moglie e i due loro figli, che vivono in Svezia. Le uniche informazioni sul suo conto, provenienti dai suoi legali, parlano di un grave stato di salute. In suo favore si sono pronunciati oltre 120 premi Nobel in discipline scientifiche. Dopo oltre 2180 giorni di detenzione, le autorità iraniane hanno annunciato che intendono eseguire entro il 21 maggio la condanna a morte di Ahmadreza Djalali”.

Si può firmare online l’appello a questo link:
https://www.amnesty.it/appelli/iran-ricercatore-universitario-rischia-la-pena-morte/

Questo post è stato pubblicato da Piacenza Sera

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