3.5 C
Parma
mercoledì, Dicembre 7, 2022

Le sirene della guerra risuonano in piazza Cavalli. Il vescovo “Convertiamoci ora alla cultura della pace”

Le sirene della guerra risuonano in piazza Cavalli, seguite da una raffica di mitra e dal sibilo di una bomba che cade da cielo. Quante volte, in questi giorni, guardando le immagini dello strazio del popolo ucraino abbiamo pensato “E se accadesse anche a noi?”.

Ecco, in pieno centro a Piacenza, 500 persone unite dal desiderio di pace hanno provato, per pochi interminabili minuti, a vivere questa esperienza. Una suggestione, vero, ma potente per far nascere ancora più forte in noi il desiderio di pace, come ha detto il vescovo di Piacenza, Adriano Cevolotto, che si è fatto promotore di un momento di preghiera e riflessione, insieme ai fratelli di fedi diverse: il pastore evangelico Nicola Tedoldi, gli ortodossi Grigore Caetan e Kliment Misanj, alla guida delle comunità russa e macedone, e Yassine Baradai, presidente della comunità islamica. Dopo il dolore, la luce della speranza: a farsene portatrice il sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, che ha acceso una candela attigendo la fiamma dal Sacrario dei Caduti, sotto le arcate di Palazzo Gotico.

Una fiammella di pace, propagata alle candele distribuite ai partecipanti alla manifestazione: dagli assessori Jonathan Papamarenghi e Federica Sgorbati, alla consigliera regionale Katia Tarasconi, così come ai consiglieri comunali Stefano Cugini, Mauro Monti, Massimo Trespidi, a don Giuseppe Basini, a Roberto Lovattini, pacifista e promotore delle iniziative per la pace a Piacenza.  Tante piccole luci di speranza, che hanno illuminato la piazza. Ma questa è stata la tappa finale di una veglia ecumenica, iniziata nella basilica di Sant’Antonino. Qui, il vescovo Cevolotto si è unito in preghiera insieme il pastore evangelico Nicola Tedoldi, gli ortodossi Grigore Caetan e Kliment Misanj, che hanno ricordato il dolore e la sofferenza dei profughi. A dare loro voce, il Padre Nostro cantato in ucraino da due giovani.

L’INTERVENTO DEL VESCOVO – Saluto i rappresentanti delle comunità cristiane che hanno accolto l’invito a ritrovarci insieme a pregare. Saluto le autorità che hanno condiviso la necessità di porre un gesto di speranza e di comunione in questo momento dove sembra prevalere la forza e la violenza che dividono e seminano morte. Saluto tutti voi, sorelle e fratelli, che esprimete con la vostra presenza e partecipazione il desiderio di ‘domandare pace’. Un saluto speciale, che si fa abbraccio, alle sorelle e ai fratelli ucraini presenti tra noi o che vi sono giunti in questi giorni. Saluto la comunità islamica che ha voluto unirsi a noi, già mercoledì scorso con la preghiera e il digiuno, e stasera nel ritrovarsi in Piazza Cavalli. Sono veramente “belli i piedi del messaggero che annuncia la pace” (cfr. Is 52,7). La pace cammina con i nostri cuori e con i nostri piedi che percorrono sentieri comuni.

Questa sera lasciamo parlare il silenzio. Il silenzio scelto: necessario perché si crei uno spazio in noi abitato dall’invocazione di pace. Prima ancora che dal grido soffocato in gola di tanti nostri fratelli e sorelle in terra di Ucraina, prima ancora che dalle nostre labbra e dai nostri cuori appesantiti dalle immagini di distruzione e sofferenza che sono entrate con violenza nelle nostre vite… è la pace che Dio stesso chiede. Non si rassegna alla guerra tra fratelli. Mai. Il silenzio che Dio con la sua Parola riempirà aprendoci alla speranza.

Credo che noi tutti proviamo lo stesso sgomento nel sapere che al 31 dicembre 2021 sono stati registrati nel mondo ben 359 conflitti, di cui 21 di alta intensità. Le parole usate da papa Francesco domenica scorsa: “In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime…”  sono drammaticamente vere, ma, ahimè, ci sono altri fiumi di sangue e lacrime. Che non possiamo dimenticare. Questo conflitto ci ha risvegliati dal torpore e dall’indifferenza. Tanto dolore appare senza senso. In esso sembra dominare la solitudine.

Il Padre Nostro cantato in lingua ucraina

Ma per noi questo sangue si mescola al sangue di Gesù Cristo, sparso sulla croce. “(…) ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne” (Ef 2,13-14). Queste lacrime che abbiamo visto rigare il volto dei bambini, di donne e di uomini, indifferentemente, si mescolano alle lacrime di Gesù, per l’amico Lazzaro, e a quelle che immaginiamo unite al suo grido sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Abbiamo un Dio che ben conoscere il nostro soffrire e che si è caricato sulle spalle ogni dolore. In Gesù il nostro Dio è in Ucraina e in ogni luogo dove scorrono lacrime e sangue. Lacrime che si uniscono a quelle di Maria, la Madre che conosce lo strazio di fronte alla morte violenta e ingiusta del figlio.

Ma i malvagi continuano ad agire male, e non se ne vergognano” (Sof 3,5), abbiamo ascoltato nella prima lettura. La vergogna è il primo sentimento da provare quando qualsiasi figlio di uomo semina malvagità e morte. Perché solo così cresceremo nella consapevolezza che ogni azione ci riguarda. Mi riguarda. Ciò che costruisce come ciò che distrugge. Se il profeta si rivolge ai sacerdoti intimando loro di non profanare ciò “che è consacrato al Signore”, questo vale per tutti. L’uomo, ogni essere umano, è consacrato a Dio, è immagine sua, è tempio della sua gloria. È appello alla cultura della cura e della custodia verso l’umanità e la casa comune, che è il creato. È sotto i nostri occhi che la guerra semina distruzione anche ad un ambiente che per questa violenza non è più abitabile, non è più ospitale. È proprio vero non c’è vincitore nella guerra, nessuno può alla fine gloriarsi se non delle macerie procurate.

Uomini e donne delle beatitudini. A questo siamo chiamati. Questo volto dell’umanità corrisponde al progetto di Dio. Se è beato chi diffonde la pace, allo stesso modo di chi ha fame e sete di giustizia, la invocazione che stasera facciamo di pace interessa le nostre persone. Gesù ci richiama che la pace non deve costruirla qualcun altro, è affidata a ciascuno, a ciascuna. Dovremmo in coscienza vergognarci anche noi ogni qualvolta il male, la divisione escono dal nostro cuore e sono frutto delle nostre mani. Quando anche noi possiamo alimentare, in modi diversi, conflitti tra gruppi sociali, tra culture e provenienze geografiche differenti. Conflitti tra generazioni. Chiediamo pace e mettiamoci a suo servizio. Convertiamoci alla cultura della pace.

Dal libro delle Lamentazioni è stato proclamato che “la bontà del signore non è finita, il suo amore non è esaurito, la sua bontà si rinnova ogni mattino, la sua fedeltà è grande”. È frequente lasciar sorgere in noi la perdita di fiducia. Magari lo esprimiamo così: Signore, ti sei stancato della tua eredità? Del tuo popolo? Radichiamo in Lui, nella sua fedeltà, la tenacia nel continuare a sperare e invocare il dono della pace. Che ogni chiesa, che ogni credente, come pure ogni uomo e donna di buona volontà possa percorrere tenacemente le proprie vie di pace.

Questo post è stato pubblicato da Piacenza Sera

- Advertisement -spot_img
- Advertisement -spot_img

Latest article