Manufatto e il racconto dell’artigianato italiano

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Parole come artigianato e design sono ormai parte integrante di qualsiasi comunicazione che abbia a che fare con un prodotto realizzato in Italia. E l’artigianato ha finito per condividere con il design anche il destino semantico: quello di un sostantivo abusato, che vuol dire tutto e niente, che si mescola agli aggettivi per dare colore a una storia generica ma finisce per svuotarsi di senso. artigianato design

Perché non tutte le botteghe sono luoghi di eccellenza. Né tutte le persone che ci lavorano sono da considerarsi maestri.

Manufatto è un progetto di Davide Gallina e Ilaria Aprile che tenta di ridare un valore chiaro al saper fare del nostro paese: attraverso gli oggetti che realizza (che sono progettati per diventare testimonial dei processi di lavorazioni impiegati, come vedremo) e attraverso una mappatura ragionata delle botteghe e delle loro reali expertise, inserite in un contesto territoriale e storico.

Manufatto, che è iniziato tre anni fa, è stato recentemente presentato anche a Edit Napoli, dove è stato tra i tre progetti selezionati come Best Of dalla giuria.

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Il punto di partenza dei due designer, infatti, è stata la domanda che bisognerebbe porsi quando si parla di artigianato. E cioè: in cosa consiste la qualità vera di una bottega artigiana?

Qual è la risposta a questa domanda, Davide Gallina?

«Da un punto di vista dell’expertise, la qualità si realizza attraverso l‘accesso a un particolare materiale e l’esperienza nel lavorarlo. Ecco perché la territorialità e il legame con la storia del luogo sono importanti. È il motivo per cui la nostra ricerca di mappatura parte dal distretto per poi, a cerchio, avvicinarsi sempre di più all’artigiano che, nel migliore modo possibile, interpreta il knowhow che rende la zona un polo fondamentale per quel particolare tipo di lavorazione».

Da che altri punti di vista interpreti la qualità di una bottega?

«Da fattori più legati alla persona. Perché è importante valutare anche la sostenibilità di una bottega: quindi la lungimiranza del maestro nell’attirare e formare giovani maestranze che porteranno avanti la tradizione. Ma anche il desiderio di provare il nuovo e uscire dalla sua comfort zone. Incontrare il design, per molti artigiani, non è scontato».

Unire le forze con il design, però, dovrebbe essere percepito come un’opportunità anche di business. Non è così?

«Non sempre. E non è una questione strettamente anagrafica ma culturale. La maggior parte delle persone con cui ci interfacciamo sono anziane ed è vero che, in termini numerici, i 40enni sono più aperti al nuovo e sensibili al potere della comunicazione rispetto a chi è già nonno. Ma il nostro cestaio di Arezzo non ha esitato a prendere parte in Manufatto anche se ha 85 anni e fa intrecci a mano con la moglie e con una signora che è in bottega da lui da quando ne aveva 15. E il motivo è che lavora con i grandi marchi della moda da sempre: il contatto con quel mondo gli ha dato un’apertura mentale invidiabile». artigianato design

Veniamo al progetto. Cos’è Manufatto e perché si tratta di una scommessa per gli artigiani?

«Manufatto è un progetto di design che si inserisce nella scia di chi, prima di noi e ancora oggi, ha messo il progetto a fianco dell’artigianato. Penso a internoitaliano, MYOP, la Casa di Pietra. La nostra caratteristica, però, è che il prodotto è per noi quasi incidentale. Il nostro obiettivo, infatti, è creare una mappatura ragionata e di comprovata validità del saper fare italiano: per produrre i nostri oggetti, ovviamente, ma anche per dare a queste botteghe la visibilità e l’accessibilità che potrebbe cambiare il loro destino».

Come funziona la mappatura e come si collega agli oggetti che producete?

maiolica deruta

Una decoratrice di FIMA lavora sul centro tavola di Manufatto realizzato dal maestro ceramica Agostino, di Deruta

«Partiamo da distretti lavorativi territoriali, cerchiamo all’interno un polo artigianale e qui scegliamo un professionista che abbia una peculiarità nel modo di lavorare un certo materiale. Entriamo senza un progetto, passiamo 5 giorni nella bottega per capirne le problematiche, le opportunità e i limiti e creiamo una produzione che sia la carta di identità dell’artigiano. Un prodotto progettato e realizzato appositamente su quello che è la sua forza».

Sono oggetti che piacciono? Che vendono?

«Piacciono e vendono ma soprattutto fuori dall’Italia. In America vanno molto bene (via Artemest), perché in un paese povero di realtà piccole e indipendenti le loro storie sono seducenti. Ma quello che ci piacerebbe è riuscire a comunicare, dietro la poesia “immediata” dell’artigianalità, anche la durabilità: il fatto che alcuni oggetti possano nascere per diventare parte di noi, seguirci nella vita. Per questo diamo ai nostri acquirenti la possibilità di venire a ritirare di persona quello che comprano online: per un americano, che ha pianificato una vacanza in Italia, andare nella bottega di un signore che ha confezionato a mano un vaso per lui è un’esperienza dal valore impagabile. In Italia diamo tutte queste cose per scontate».

Il centrotavola Ufo, di Manufatto, realizzato a Deruta da un maestro ceramista locale e decorato da FIMA

Quanti territori avete mappato?

«In tre anni fa abbiamo raggruppato 7 tipologie di materiali e artigiani nel centro Italia. Ci siamo fatti aiutare da Fondazione Cologni e Italia su Misura. artigianato design

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Perché la difficoltà non è tanto nel trovare distretti lavorativi o gli artigiani ma chi che ha voglia di intraprendere questo tipo di percorso. Molto, poi avviene per caso. A Deruta, per esempio, sono arrivato per dare una lezione di progettazione in un liceo e quando all’uscita dell’autostrada mi sono reso conto che la zona era come un parco giochi della ceramica. A Gubbio, in Umbria, siamo invece partiti dalla storia. Perché qui nella bassa Toscana e Umbria, gli Etruschi lavoravano il bacchero, una ceramica con aggiunta di carbone che dà oggetti che sembrano di metallo, resistentissimi, che si possono buttare a terra e rimbalzano. Abbiamo cercato chi lo fa ancora e abbiamo trovato un mondo».

La storia antica insegna?

«Anche quella recente. Per esempio vicino a Nettuno c’è un distretto industriale della farmaceutica nato negli anni 40. E questo ha prodotto una filiera che realizza tutto quello che serve nei laboratori: per esempio oggetti in vetro leggerissimi ma iper-resistenti».

Gli oggetti di Manufatto raccontano la loro stessa manifattura. In che modo?

«Nel senso che la forma di ogni oggetto ha dentro di sé le fasi di lavorazione. In un set di marmo, il materiale viene prima fresato, poi picchettato, poi molato: quindi abbiamo un tagliere, un sottopentola e un posa-posate che rappresentano ognuno una di queste fasi di lavorazione. Questo ci permette di creare una narrazione che non è solo legata al materiale ma al modo – tutto peculiare al singolo artigiano – di lavorarlo. È quella differenza tra parlare di artigianato in termini generici o specifici…»

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