Salone del libro di Torino, successo di pubblico nonostante le polemiche

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La tempesta imperfetta di polemiche scatenatasi attorno al Salone del Libro (ma per fortuna non al suo interno, dove 148mila spettatori hanno decretato il pieno successo di questa edizione) sembrava essersi conclusa alla vigilia dell’apertura con l’esclusione della casa editrice dichiaratamente neofascista la cui presenza aveva provocato, la settimana scorsa, un coro variegato di comprensibili proteste.

Ma non è mancata una coda: si tratta della richiesta di dimissioni del direttore del Salone, Nicola Lagioia. Ad avanzarla è il capogruppo della Lega di quella Regione Piemonte al cui presidente Chiamparino, assieme al sindaco di Torino Appendino, può attribuirsi a buon diritto la responsabilità della decisione di escludere l’editore legato a CasaPound. Una richiesta incongrua, visto che la soluzione trovata per uscire dall’impasse della vigilia è stata una decisione politica, presa su impulso di chi poteva promuoverla. Di quella scelta avrebbero difficilmente potuto farsi carico, da soli, il direttore della rassegna o i suoi collaboratori, il cui compito principale – far funzionare il Salone e garantire una proposta culturale all’altezza della sua storia – è stato invece onorato.

La richiesta di dimissioni (atto politico, che alle istanze politiche dovrebbe dunque rivolgersi) suona invero come un’indiretta conferma dell’inopportunità delle critiche che, nei giorni in cui infuriava la polemica, si erano levate da più parti contro la presunta debolezza o arrendevolezza del direttore, il quale semplicemente non aveva margini di manovra, nell’ambito delle sue prerogative, per decretare da solo l’esclusione di un partecipante formalmente in regola. D’altra parte, all’espulsione della casa editrice che con la sua presenza avrebbe avvelenato il Salone – e forse creato problemi di ordine pubblico – si è giunti attraverso una strada impervia, a cui la politica torinese ha avuto il merito (una volta tanto) di dare un contributo di mediazione e di ragionevolezza.

Nell’alternativa tra chi – come il collettivo di scrittori Wu Ming, il Museo di Auschwitz e singoli intellettuali come Carlo Ginzburg – aveva scelto la via dell’abbandono del Salone e chi – come le scrittrici Michela Murgia, Loredana Lipperini, Caterina Bonvicini e tante altre – aveva invitato a non boicottarlo, pur esprimendosi chiaramente contro la presenza di neofascisti, è prevalsa una soluzione capace di risolvere il dissidio. Una scelta politica presa nell’interesse del Salone del Libro, ma anche un segnale positivo a un’Europa della cultura che guarda all’Italia con sempre maggiore preoccupazione.

@lorenzotomasin

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