Serge Latouche: «Il climate change è anche colpa del design»

designatlarge serge latouche obsolescenza programmata design 2
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L’economista francese Serge Latouche, partigiano della decrescita, ha parlato ieri a Treviso, ospite di F/Art, di obsolescenza programmata: che progetta a tavolino l’invecchiamento e l’irrilevanza dei prodotti per spingere i consumi. «Il design ha contribuito alla sua diffusione che alimenta il climate change», ha detto. Perché la parola design è ormai irrimediabilmente legata allo styling.

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Anche il design è complice della propaganda che ci ha portati a diventare consumatori prima che cittadini. E della sovrapproduzione che sta portando il pianeta alla distruzione.

Lo ha detto l’economista e ideologo della decrescita Serge Latouche ieri sera a Treviso – dove era ospite di un’azienda che non temeva di mettersi in discussione.con uno che predica la durabilità dei prodotti (F/Art realizza trasformatori per luci al neon che durano una vita). E le sue considerazioni, lette con la lente della cultura del progetto, fanno capire.una cosa: che la parola design è irrimediabilmente associata a quella di decorazione, tendenza, moda spiccia e usa-e-getta.

Latouche racconta infatti come la crisi attuale – economica, ecologica e sociale

sia una dovuta alla sovrapproduzione: a un sistema economico che a un certo punto, quando il mercato.ha esaurito i bisogni, ha volutamente pianificato una produzione di merci nate per diventare obsolete più in fretta del dovuto.

Latouche la chiama obsolescenza programmata.

Programmata dal 1932 in poi, anno in cui un immobiliarista americano di nome Bernard London convinse il presidente.degli Stati Uniti Roosevelt che dalla Grande Depressione si sarebbe usciti solo rianimando i consumi. Spingendo le persone a considerare necessario ciò che il realtà non lo era. Convincendole che riacquistare è meglio che riparare.

Che è un principio contrario alla natura umana perché porta allo spreco e all’inquinamento – due concetti che non piacciono a nessuno.

Ma davanti a cui la maggior parte di noi fa orecchie da mercante per il semplice fatto che cha l’alternativa, ci dicono, sono disoccupazione e povertà.

L’obsolescenza programma, ha spiegato Latouche, è spinta dalla pubblicità e della comunicazione e si alimenta attraverso due fattori. L’obsolescenza tecnica e quella estetica.

Che esistono entrambe da sempre (con l’arrivo dei metalli gli utensili in pietra sono diventati poco competitivi, le donne di Pompei amavano seguire la moda) ma il cui corso è accelerato esponenzialmente con industrializzazione e digitalizzazione.

Il design, secondo Latouche, ha avuto un enorme ruolo nel successo globale dell’obsolescenza programmata e quindi della nascita della società dei consumi.

Che ci ha messo 20 o 30 anni a cambiare la natura degli americani – spesso puritani, originariamente antispreco.– per trasformarli «da cittadini a consumatori» (la definizione che pare sia stata utilizzata pubblicamente da Eisenhower).

I trasformatori di F/Art durano una vita: l’azienda rifiuta l’obsolescenza programmata

Perché il design crea stili, tendenze, estetiche forti, dice Serge Latouche.

Nate per sedurre e invecchiare prima possibile. E, in questo senso, è complice di un approccio economico costruito su un duplice paradosso. Il primo è l’innaturalità (la gente ha dovuto essere riformattata attraverso enormi investimenti in pubblicità.per arrivare a condierare lo spreco una conditio sine qua non per il benessere). E il secondo è la considerazione che le risorse necessarie per la produzione, il consumo e la quantità di rifiuti.possano crescere all’infinito senza fare implodere il sistema. Cosa che ormai tutti hanno capito essere errata.

Davanti alla lecture di Latouche vengono alla mente alcune considerazioni, per chi si occupa di design.

La prima è che è davvero triste sentire la disciplina raccontata in questi termini. Cioè il progetto come aggiunta estetica, tocco di styling finale ma fondamentale per corrompere il cittadino e trasformarlo in consumatore.

Perché per fortuna il design, quello vero, non è solo questo.

Anzi. Ha un ruolo fondamentale anche nella realizzazione delle 8 R di cui parla Latouche come soluzioni possibili (rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare).

La seconda è il fatto che un pensatore di questo calibro sia intimamente convinto che il design sia solo styling la dice lunghissima sulla strada.che la cultura del progetto ha ancora da percorre per imporsi come disciplina salvavita. Come strumento chiave per contribuire alla creazione di un’economia circolare. Anche se tra gli addetti ai lavori si parla di queste tematiche da decenni, evidentemente gli investimenti nella comunicazione di questo racconto.non sono state sufficienti per “riformattare” i consumatori in cittadini.(né le aziende – alcune eccezioni escluse – in produttori virtuosi)

Perché in verità il design può essere un attivatore di coscienze e anche un catalizzatore di azioni utili per affrontare le grandi sfide della contemporaneità – come ho tentato di illustrare con la mostra Design Collisions alla Cascina Cuccagna durante lo scorso Fuorisalone.

VISITA ONLINE LA MOSTRA DESIGN COLLISIONS

Sarebbe importante raccontare questo ruolo del design a personaggi influenti come Latouche. Non tanto per mettere i puntini sulle i (come dargli torto? Tanto design è, di fatto, styling, il mea culpa deve essere fatto). Ma soprattutto per far sì che imprese e governi utilizzino finalmente il progetto in tutta la sua potenzialità.

Foto di copertina: i trasformatori di F/Art che ha sostenuto e partecipato alla conferenza USE, USE, USE e poi RE.USE. Ripensare il consumismo per costruire una società sostenibile (Treviso, 29 maggio) che ha visto ospite Serge Latouche

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