Sfila la moda della concretezza Driver il lusso e l’alta artigianalità

sfilata 258
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Saranno la primavera anticipata, il cielo terso e la luce brillante, ma questa stagione a Milano si respira un’aria frizzante che diffonde un senso di rinascita. La moda italiana torna a lavorare sulla propria identità, che è pragmatica, concreta. Storicamente il made in Italy è stato affare di prodotto, non di narrazione grandiosa o immaginari sperticati – ad esclusione di pochi, titanici autori. La notazione non è un giudizio di valore, ma la registrazione di un dato di fatto. Non a caso è nel daywear che gli italiani eccellono.

Ed è il daywear, di nuovo, a trionfare sulle passerelle questa stagione: riconfigurabile, fluido, trasversale, non necessariamente connotabile come maschile o femminile, ingegnosamente funzionale, adatto a diverse occasioni per utenti dalle vite frenetiche, ma pur sempre daywear e innegabilmente italiano perché realizzato con una cura e un sapere inimitabili. Una delle più forti interpretazioni di daywear italiano viste in questi giorni arriva però da un inglese, perché oggi lo scenario è globale: Daniel Lee, il nuovo direttore creativo di Bottega Veneta, il tempio dell’intrecciato, di una artigianalità somma e di una idea di lusso sottotono e personale.

Lee, che è giovane e vanta una esperienza formativa da Céline sotto Phoebe Philo, mantiene il codice, ma è impavido, e alza il volume senza ritegno. In senso letterale – il classico intrecciato, come il matelassé, diventano macro – e in senso metaforico: spacchi e aperture geometriche, alternati a durezze corazzate invero marziali portano ventate di carnalità e di sensualità nel discorso, suggerendo apertura e molteplicità. Chi si aspettava la copia carbone di Céline, come in effetti era stata la precollezione, è smentito: qui si gioca con un linguaggio chic e perverso, più apertamente femminile. A tratti si avvertono forzature – tipiche di un esordio – e sulle borse c’é da lavorare, ma l’inizio di percorso è ottimo, e l’uomo, marziale/sartoriale, è davvero notevole.

L’italianità da Tod’s è da sempre carattere definente, ma questa stagione lo sviluppo stilistico è più preciso e deciso: il risultato è una collezione che riporta al centro del discorso l’eleganza, con una nonchalance tutta nostrana. È il bello del fatto in Italia: la qualità nel nostro prodotto non ha bisogno di distrazioni, di patch e di inganni ottici, perché taglio e materia fanno tutto. Da Tod’s a parlare sono le pelli morbidissime, i colori densi e saturi. La direzione è quella giusta, se il patron Diego Della Valle aspira a conquistare le nuove elite del gusto.

C’è aria di rinnovamento da Etro: una nuova location per lo show – il chiostro del conservatorio, con passerella stretta che consente finalmente di apprezzare i vestiti da vicino – e una nuova disinvoltura espressiva per Veronica Etro, che mischia i codici bohemien e aristocratici del marchio con verve quasi punk. Il maglione sbrindellato finisce sotto la vestaglia paisley, mentre la mantella è agile come una coperta buttata sulle spalle e l’hippie chic troppo a lungo associato a Etro diventa profumo, invece che cliché.

È in ottima forma anche Anna Molinari, che da Blumarine si conferma regina delle rose e di una femminilità fresca, compiaciuta e civettuola. A sorpresa, anche Massimo Giorgetti di Msgm, dopo alcune stagioni un po’ dure, imbocca una strada flirtosa: manda in passerella abitini a fiocchi e fiori, celebrando la Milano di oggi con echi della irripetibile Milano da bere anni Ottanta. La storia è divertente, ma lo sviluppo non sempre coerente.

L’atmosfera diventa all’improvviso sinistra da Marni, in un proliferare di durezze da capò e languori espressionisti – tra Brecht e Otto Dix – che affascina e preoccupa. Il direttore creativo Francesco Risso è alla ricerca di nuove zone erogene, ma il percorso è accidentato, e quel che salta all’occhio è una brutalità antigraziosa a tratti fortemente pradesca.

Donatella Versace, in fine, sterza anche lei, a modo suo, verso territori ruvidi e accidentati. «Non amo la perfezione» dichiara, con la solita verve provocatoria, pronta a dimostrare un teorema grunge-glam-punk (tra Gucci, Miu Miu e Katie Grand) fatto di maglioni sfilacciati, gonne da “sciura”, cappottini setosi, sottovesti e giubbotti di pelle assemblati come a caso, con le spille da balia a far da collante. Un gran mischione di codici Versace, messi nell’acceleratore di particelle alla velocità massima e resi contemporanei in un esperimento non del tutto originale ma riuscito.

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