The Impossible Story of Israeli design in Tortona: perché andarci

«Tutto è complicato in Israele…». Una collettiva Fuorisalone 2019 in Tortona, nello spazio Asia Design Milano, mette in scena 15 progettisti che prendono una posizione sul design in un paese dove è l’ultimo dei problemi… Una chiacchierata con Dan Mouktel, il curatore di The Impossible Story of Israeli Design.

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È coraggiosa la scelta di Asia Design Milano di portare al Fuorisalone 2019 una collettiva di designer israeliani. (The Impossible Story of Israeli Design, vedi video qui) Non tanto per motivi politici (malgrado ovviamente contino anche quelli). Quanto per il fatto che se c’è un luogo dove il design è l’ultimo dei problemi, quello è Israele. Perché, nel paradiso delle start up, denaro e supporto per il progetto che va a servizio del tech ci sono. Mentre per il progetto legato al life style il disinteresse è così palpabile che sono i progettisti stessi – racconta il curatore Dan Mouktel – a passare il loro tempo a «cercare di essere qualcun altro». israeli design tortona

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Parliamo di cultura del design israeliana. Come la definiresti?

Dan Mouktel: «Non è facile farlo ma direi che si divide grossomodo in due gruppi. Uno lo chiamo “degli Svedesi”. Sono come i realisti che sono più realisti del re. Perché questi progettisti tentano disperatamente di svincolarsi dalla loro essenza israeliana, abbracciando estetiche di altri paesi – soprattutto la Svezia e la Scandinavia, il Giappone – ma nelle loro versioni polverose, storicizzate, ora francamente irrilevanti. L’altro è il gruppo “multiculturale”: designer realmente connessi con le loro radici, che nel loro lavoro cercano di attualizzarne linguaggi e ispirazioni con estetiche ed idee contemporanee».

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Quello che vedremo in Tortona durante il Fuorisalone sarà ovviamente parte di questo secondo gruppo…

«Ovviamente. Quando il design nasce da un contatto autentico con le proprie radici, la storia, lo spirito di un paese è una rappresentazione di onestà dal valore impagabile. È da questa capacità del design di raccontare i popoli e i momenti storici che nascono le icone. I progetti falsi, invece, si sentono con il naso a kilometri di distanza». Israeli design tortona

Qual è stata l’evoluzione del design israeliano negli ultimi 20 anni? E dove sta andando?

«Come tutto, anche il design in Israele è complicato. Quando si vive in un paese perennemente in perenne rischio sopravvivenza, il progetto e la cultura non muovono lo stesso tipo di supporto e interesse che invece attivano in altre nazioni. Questa mancanza di impegno e interesse da parte delle istituzioni ha avuto un effetto su chi siamo oggi. Innanzitutto siamo noi stessi, gli israeliani, a non sostenere i nostri prodotti locali. Fino agli anni 70, per esempio, Israele era un impero tessile: ora il mercato è pieno di tessuti cinesi prodotti in condizioni socialmente insostenibili ma a buon mercato. Se il governo sostenesse la manifattura locale, invece, non solo i designer potrebbero far uso di materiali più pregiati e l’economia del “fare” avrebbe un impulso positivo. Invece i soli business che ricevono enormi quantità di capitali sono quelli del tech».

Che però offre grandi opportunità per un designer, credo. O sbaglio?

«Non sbagli. Ma, come ho detto prima, si tratta solo di un certo tipo di design. Per chi vuole costruire qualcosa con le proprie mani o disegnare per un’industria che produce manufatti, sopravvivere significa avere tre lavori insieme. È ovvio che la maggior parte dei nostri giovani – anche dopo una laurea in Industrial Design – vada a finire in una start up come Ux designer. Ma ora siamo al punto che – così mi ha raccontato Yoav Gati, professore alla Design Academy Shanker – i giovani vanno nelle scuole di design per imparare come fare soldi nelle aziende high tech: progettare è diventato secondario».

Tech contro design, quindi? Eppure dall’unione si potrebbero fare grandi cose…

«Infatti. La tecnologia ha bisogno di design e viceversa. Basti guardare il lavoro di Ganit Goldstein, una stilista che realizza scarpe stampate in 3D: la sua poetica non esisterebbe senza la tecnologia. Io stesso, dopo essermi laureato alla Shanker, ho lavorato per due anni in start up e ho imparato sviluppo e front-end coding ma anche la gestione di un business: dall’analisi di tendenze e mercati, alla gestione degli sponsor, delle strategie di marketing etc. Tutto utilissimo. Solo dico: avvicinare mondi diversi va benissimo, schiacciarne uno per fare vivere solo l’altro no».

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Ha ancora un senso parlare di nazionalità e design in un mondo così globalizzato?

«Quando si parla di Israele sì. Viviamo nel posto più sacro al mondo dove ogni giorno è una lotta per l’esistenza. Hai mai fatto colazione con i missili che volano sulla tua testa?»

Qual è il concept della mostra? Israeli design tortona

«La cultura israeliana è influenzata da un eclettismo multiculturale. Come israeliani viviamo esperienze che non possiamo ignorare: abbiamo sviluppato tutti metodologie di sopravvivenza, spirito di adattamento e soprattutto tecniche di innovazione. Allo stesso modo, la nostra creatività non ignora i valori della nostra cultura che è fatta di uno straordinario mix. Siamo la terza generazione di israeliani e questo è il melting pot che portiamo al mondo».

The Impossible Story of Israeli Design è un concept di Asia Design Milano.

Opificio 31, via Tortona 31, dal 9 al 14 aprile. israeli design tortona

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