Un architetto (molisano) a Reykjavík

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Il cielo d’Islanda è azzurrissimo, il sole e la temperatura di 6 gradi consentono ai più audaci di indossare anche una t-shirt. L’architetto Paolo Gianfrancesco, vive in una casa su due piani nel centro di Reykjavík, con la sua compagna islandese Anna. È nato e cresciuto nel piccolo comune di Bojano, in provincia di Campobasso, «insomma uno di quei molisani di cui se ne dubita l’esistenza con apprezzata ironia», poi dal 2007, dopo gli studi in architettura a Firenze, Paolo si è trasferito in Islanda, a Reykjavík. Questione di cuore, ma non solo. È sveglio dalla 7, solita colazione a base d’avena –  hafragrautur – oppure yogurt organico fatto in casa e via verso lo studio: «Nei mesi invernali impiego 5 minuti di macchina, nelle giornate estive vado in bici». Il classe ’76 lavora da THG Arkitektar, oltre a fare l’architetto, si occupa di design e grafica, e fino a settembre è in mostra al Museo Islandese di Design e Arti applicate con il progetto urbanshape, mappe illustrate partendo dall’analisi e riduzione di dati open source delle capitali europee e le più grandi città degli Stati Uniti.

Quando e perché ti sei trasferito in Islanda?
Per frequentare la Facoltà di Architettura, nel ‘95 mi sono trasferito a Firenze, dove mi sono avvicinato alla fotografia e alla grafica come percorsi paralleli al percorso di universitario. Ma è stato nel 2006 che ho visitato l’Islanda con amici e ho conosciuto Anna, la mia compagna di vita, e il passo per provare a vivere a Reykjavík è stato breve. I primi periodi sono stati un misto di entusiasmo, scoperta, stupore e lenta comprensione delle differenze culturali, ma non sono mancate, come in ogni buon percorso di crescita, le difficoltà tipiche di ogni adattamento. In Islanda circa i due terzi della popolazione vive nella capitale. Ho la fortuna di aver sempre vissuto nel centro della città, assaporandone i cambiamenti degli ultimi anni, nei quali l’isola ha ottenuto notorietà

Hai subito trovato lavoro?
Il mio ingresso nel mondo del lavoro Islandese è stato davvero rapido, cosa che in genere non sorprende particolarmente chi ha potuto vivere a queste latitudini. Credo che in circa due settimane, con meraviglia ed entusiasmo, ottenni i primi colloqui e trovai lavoro entro il primo mese dal mio arrivo. La realtá lavorativa Islandese è stata davvero dinamica negli ultimi 15 anni, le posizioni disponibili sono state a momenti quasi superiori alla forza lavoro, soprattutto nei settori che di volta in volta si estendevano. Fino alla crisi finanziaria del 2008, il settore bancario e della pesca soffiavano fortemente sull’economia locale. In seguito al forte tonfo, il turismo ha preso piede, come risposta logistica al crescente timore verso le mete esotiche, permettendo al mondo di conoscere questi paesaggi incontaminati e all’isola di ripartire nel percorso di ricovero finanziario. Al momento la situazione economica è stabile.

Qual è stato il tuo primo impiego?
Fui contattato da tre diversi studi locali e scelsi uno dei maggiori, presso il quale tuttora lavoro come architetto e designer: THG Arkitektar. Dopo qualche anno ho cominciato ad occuparmi anche di grafica e design, ho seguito progetti con diverse aziende tra cui Hilton e H&M e Listone Giordano e collaborato  istituzioni o musei come Iceland Academy of Arts, Anchorage Museum, Berlin Design Talks, A10, Icelandic Festival of Design, evento annuale che accoglie e raccoglie le tendenze del design locale e le diverse sperimentazioni.

È stato difficile abituarsi?
Gli eccessi o sbilanciamenti della presenza di luce, non mi hanno creato grandi problemi, essendo graduali li percepisco dolcemente. Il buio invernale è senza dubbio complesso da accettare. L’immagine di andare a lavoro o far colazione con il buio non entusiasma gli spiriti. L’aspetto meteorologico è più complesso, mancano le stagioni nel senso mediterraneo del tempo. Il lungo inverno, non tra i più rigidi sul pianeta, si calma verso fine aprile, dando in genere spazio ad una lunga fresca primavera che permane fino a settembre. La percezione è ancora una volta relativa, gli Islandesi ovviamente adorano la loro estate e la difendono come un bene di famiglia. Una descrizione buffa che mi ha colpito in un romanzo letto tempo fa, recita piú o meno cosí: “[…] l’Islanda è come un frigorifero. D’inverno è chiuso e buio, d’estate ha la porta aperta e vi entra luce […].

Quali progetti stai seguendo adesso?
In linea di massimo seguo diversi progetti contemporaneamente, principalmente in questi mesi sto lavorando al design un nuovo hotel in pieno centro, ad una conversione di un edificio storico in uffici e all’ampliamento del più grande centro commerciale del Paese. Ha da poco compiuto un anno il Reykavík Konsúlat Hótel (in foto) di cui ho seguito il design per lo studio di progettazione THG Arkitektar di cui faccio parte. Il progetto realizzato per Icelandair Hotel con la partecipazione del gruppo Hilton é stato stimolante e al tempo stesso complesso. Si trattava di inserire una struttura ricettiva di alto profilo in un edificio storico appartenuto al primo console Islandese alla fine dell’800. Abbiamo ricostruito il volume iniziale, adattatone la funzione e completandolo con un ampliamento laterale. Per gli interni, che ho seguito personalmente dal concept fino alle finiture, ho avuto la fortuna di poter collaborare con aziende Italiane di valore come Moroso, Lema, Maxalto e Giorgetti.

La cosa più strana che ti è mai capitata?
Ne potrei raccontare diverse, ma di certo il realizzare, solo alla comparsa in lontananza degli abbaglianti, che la galleria che stavo percorrendo non era a senso di marcia unico pur essendo ad una sola corsia, ma che prevedeva la sosta in piccole piazzole disseminate lungo il percorso in un tacito accordo tra i guidatori. Oppure la volta che in uno dei tanti viaggi nello sterminato paesaggio islandese, sono stato ferito alla testa da una sterna artica, uccello magnifico e dal volo instancabile,  che aveva nidificato probabilmente vicino al ruscello dove avevo messo in frisco della birra. Non da meno l’aver cucinato per l’ex Presidentessa d’Islanda, prima donna al mondo a essere eletta democraticamente presidente della Repubblica ed oggi ambasciatrice dell’Unesco.

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Un ritratto dell’architetto Paolo Gianfrancesco nello studio THG Arkitektar di Reykjavík

Architetti e designer preferiti?
L’architettura contemporanea vive di un momento di forte rigenerazione e ispirazione. Dopo le grandi correnti degli inizi del secolo, sono diversi i protagonisti che mi affascinano e colpiscono per il linguaggio proposto. Partendo dall’eleganza complessa e geometrica di Carlo Scarpa, dal profumo orientale per la grande capacità di riduzione del linguaggio compositivo, passando per maestri come Aldo Rossi che ricorda il valore evocativo dello spazio architettonico, arrivando fino ai contemporanei David Chipperfield, allo studio Neri&Hu, Thomas Heatherwick, Patricia Urquiola e l’italiana Cristina Celestino per citarne solo alcuni.

La tua giornata tipo?
Mi sveglio alle sette e dopo una breve colazione a base d’avena – in islandese hafragrautur – oppure yogurt organico che facciamo in casa, vado a lavoro. Nei mesi invernali impiego 5 minuti di macchina per raggiungere l’ufficio, nelle giornate estive asciutte utilizzo la bici, essendoci una ciclabile che mi collega comodamente attraverso l’area sportiva di Laugardalur. La ciclabile rimane aperta anche in inverno essendo dotata di riscaldamento e quindi libera dal ghiaccio. Lavoro in ufficio fino alle 4 circa con una breve pausa pranzo intorno a mezzogiorno e rientro a casa per il mio tempo libero. La cena è tradizionalmente intorno alle sette, anche se in giornate di giugno come oggi, il sole rimane sull’orizzonte fino a quasi mezzanotte per risollevarsi intorno alle 3 del mattino. Praticamente l’intere giornata rimane luminosa e bisogna attendere i mesi autunnali per iniziare a vedere l’effetto opposto.

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Un angolo della casa che Paolo ha progettato per lui e la sua compagna Anna, nel centro di Reykjavík

Che lingua parli in studio?
La lingua ufficiale è l’Islandese, orgoglio nazionale per le antiche origini con leggere variazioni subite nei secoli. Io utilizzo principalmente l’inglese a lavoro, anche se preferisco che le riunioni vengano svolte in Islandese. La stragrande maggioranza parla tre o più lingue. A casa ho la fortuna di parlare Italiano, Anna ha studiato a Roma e padroneggia con grande disinvoltura la lingua del bel paese.

Le prime parolole che hai imparato in islandese?
Credo che tra le prime parole ci sia takk – grazie – e per ovvi motivi ég elska þig – ti amo. La lingua ha un suono soffiato, senza grandi impennate tonali, rimane una lingua declinata dalle lontane origini. Bless bless, ciao ciao.

Leggi anche: A spasso per Reykjavík con l’architetto Paolo Gianfrancesco

A cura di Michele Falcone

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